I Medici: Botticelli, il pittore dell’armonia e della bellezza

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Durante gli anni in cui fu al potere, Lorenzo de’Medici intensificò l’attività di mecenatismo che era stata del padre Piero e del nonno Cosimo. Si circondò di pittori come Filippo Lippi, fondò una scuola per giovani scultori in cui studiò anche il giovanissimo Michelangelo e fece in modo che la sua corte fosse frequentata da letterati quali Agnolo Poliziano, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola e Luigi Pulci.

Tra i pittori di “corte” spicca Alessandro Filipepi detto Botticelli che ricambiò la fiducia dei suoi benefattori ritraendoli in alcune sue opere. Nell’Adorazione dei Magi conservata agli Uffizi, per esempio, sono rappresentati in maniera rigidamente dinastica Cosimo, i figli Piero e Giovanni e più dietro i nipoti Lorenzo e Giuliano.

Anche nella sua opera forse più famosa La Primavera c’è chi ha voluto vedere raffigurata una parte della storia dei Medici. Tecnicamente il quadro si legge da sinistra a destra: Zefiro, il vento della buona stagione, feconda la ninfa Clori e la trasforma in Flora, simbolo della Primavera. Al Centro Venere, emblema neoplatonico di armonia e bellezza, osserva le tre Grazie che con un balletto festeggiano l’arrivo della buona stagione. Sopra Vendere, Cupìdo, l’amore cieco che sta per scagliare una freccia. Infine a sinistra Mercurio che con la bacchetta dissipa le ultime nuvole dell’inverno.

Diverse sono le interpretazioni. Secondo alcuni l’autore avrebbe concepito il quadro in due momenti diversi: iniziato per conto di Giuliano de’Medici, Venere avrebbe dovuto rappresentare Fioretta Gorini, la donna da cui stava per avere un figlio, mentre la Grazia al centro rappresentava Simonetta Cattaneo, l’Amore vero, visto che la freccia di Cupìdo sta per essere scoccata verso di lei. Dopo la morte di Giuliano cambiò il committente. Fu Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici ad avvalersi dell’opera di Botticelli e così Mercurio, che inizialmente avrebbe dovuto avere le fattezze di Giuliano, si trasformò in Lorenzo e la Grazia prese le sembianze di Semiramide Appiani, sua moglie.

Supposizioni. Ovviamente.

Sandro Botticelli, a differenza del suo maestro, Filippo Lippi, frate ma anche gran donnaiolo, non fu mai attratto fisicamente del sesso femminile e disdegnò fermamente il matrimonio. A Tommaso Soderini che lo invitava ad accasarsi rispose di aver sognato, proprio qualche giorno prima, di aver preso moglie. Il sogno lo aveva talmente turbato da provocarne il risveglio e la necessità di non riprendere il sonno per il timore che il sogno stesso ritornasse. Insomma per dirla con il Soderini, “non era terreno per piantarvi vigna”.

Viceversa il Maestro era una buona forchetta e non disdegnava le bevute in compagnia: La testimonianza ce la fornisce lo stesso suo protettore, Lorenzo de’Medici, nel Simposio:

Botticel, la cui fama non è fosca,
Botticel, dico Botticello ingordo,
ch’è più impronto e più ingordo d’una mosca
oh di quante sue ciance mi ricordo!
S’egli è invitato a desinare o cena,
quel che l’invita non lo dice a sordo:
va Botticello, e torna botte piena.

Dagli appunti per la stesura di Firenze 365

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