“La parola all’avvocato”: che valore hanno i messaggi su WhatsApp?

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ilcorrieredellacitta.com

Tredicesimo appuntamento con la rubrica “La parola all’avvocato“, curata dagli avvocati Elisa Baldocci, Maria Serena PrimigalliMarco Baldinotti.

Gli articoli saranno pubblicati settimanalmente. I lettori potranno porre domande che ritengano di comune interesse scrivendo alla mail del nostro giornale: [email protected]

Gentile Avvocato, mi rivolgo a questa rubrica per avere un parere su una vicenda personale: che valore hanno i messaggi Whatsapp? Tempo fa ho creato un gruppo su Whatsapp con i miei colleghi e dentro al gruppo abbiamo offeso pesantemente il nostro datore di lavoro, e lui è venuto a conoscenza di queste conversazioni. Questo può essere causa di licenziamento? O comunque comportarci dei problemi?
Caro lettore, la prima domanda da farsi è se i messaggi di WhatsApp abbiano valore legale.

Con la diffusione che ha avuto ormai chiunque conosce e utilizza WhatsApp.

Le domande fondamentali da farsi sono:

  • “Ma che valore legale hanno i messaggi spediti e ricevuti via WhatsApp”?
  • Queste conversazioni contenute nella chat ed anche le note vocali, salvate nella memoria dello smartphone, possono avere valore di prova in un processo nei confronti di chi le ha inviate?

I giudici dei Tribunali italiani si sono a lungo interrogati sul quesito, considerata la leggerezza con cui questo canale viene utilizzato.

Per citare alcuni esempi pratici abbiamo preso il caso di una donna che, tramite messaggi Whatsapp, si era impegnata con l’ex compagno alla restituzione della somma di denaro da lui “sborsata” in suo favore per l’acquisto di un autoveicolo.

In questo caso il Tribunale di Ravenna ha condannato la donna alla restituzione del denaro, tenuto conto che dal “tenore delle chat” era possibile escludere che tale denaro, usato per l’acquisto del veicolo, fosse stato corrisposto a titolo di liberalità.

Quindi attenzione, perché il messaggio Whatsapp con il quale si afferma di avere un debito nel confronti del destinatario equivale ad un riconoscimento del debito stesso ex art. 634 c.p.c., e è necessario prestare particolare attenzione a ciò che si scrive su Whatsapp, giacché le chat restando nella memoria del telefono, possono costituire prova innanzi al Giudice.

Addirittura un licenziamento ha valore se intimato e inviato per il tramite di whatsapp, infatti il Tribunale di Catania ha ritenuto legittimo, sotto il profilo della sussistenza della forma scritta e della validità della sua comunicazione, il licenziamento intimato a mezzo Whatsapp” al lavoratore del caso. Il licenziamento così intimato assolve infatti per il Tribunale di Catania, gli oneri di forma che ogni interruzione di rapporto di lavoro deve rispettare. Il giudice del lavoro ritiene, però, che non vi sia nulla da obiettare, perché ‘la volontà di licenziare è stata comunicata per iscritto alla lavoratrice in maniera inequivoca, come del resto dimostra la reazione da subito manifesta dalla predetta parte’.

Venendo alla sua domanda, in ordine a se le offese espresse in un gruppo whatsapp contro il datore di lavoro possono essere usate nei Vostri confronti, ad esempio come “giusta causa di licenziamento” possiamo prendere le mosse da un caso analogo per affrontare il caso concreto.

Il Tribunale di Milano, Sez. Lavoro, con la sentenza del 30.05.2017 ha ritenuto che in caso di un licenziamento di questo tenore, tale licenziamento fosse sorretto da una giusta causa di recesso, rilevante ai sensi dell’art. 2119 c.c., in considerazione del fatto che il ricorrente, mediante la creazione, condivisa con i propri colleghi di lavoro, di un gruppo Whatsapp intitolato al proprio superiore gerarchico ‘ha intenzionalmente posto in essere una condotta volta a denigrare il proprio responsabile di lavoro, da lui apostrofato con epiteti palesemente e pacificamente offensivi e denigratori, sicuramente idonei a sminuire la credibilità e autorevolezza, trattandosi tra l’altro di un gruppo whatsapp in cui sono presente esclusivamente dipendenti della resistente e creato in parallelo a quello utilizzato dal datore per comunicare i turni e gli ordini di lavoro’.

Quindi la medesima attenzione a cui Vi invitavo precedentemente nel caso di un debito, va prestata in merito ai contenuti dei messaggi inviati via whatsapp, pur se privatamente in un gruppo costituito solo da colleghi della medesima azienda; il pericolo che si corre infatti è determinato dalla sussistenza dell’ipotesi della produzione legittima di queste conversazioni in giudizio, perché se contenenti ‘giudizi aspri e denigratori, tendenti a sminuire l’autorevolezza e il potere esercitato dal datore di lavoro’, il lavoratore può essere certamente licenziato.

Mediante la sua condotta infatti un lavoratore del genere incide sul buon andamento ‘gestionale ed organizzativo della società che, attraverso l’impiego di un responsabile delegittimato davanti ai propri dipendenti, non può evidentemente esercitare le proprie prerogative gestionali e organizzative in maniera corretta e funzionale’.

In una eventuale causa non ci sarebbe nemmeno la necessità di “sequestrare” lo smartphone che potrebbe semplicemente essere sottoposto a una perizia di un tecnico nominato dal giudice affinché valuti che il testo non abbia alterazioni.

Quindi prestate molta attenzione a ciò che ritenete di scrivere o registrare via Whatsapp, perché un domani ‘potrebbe essere usato contro di voi’.

Avv. MARIA SERENA PRIMIGALLI

 

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