Fallimento sistemico. È questa la formula con cui vengono riassunte le responsabilità dell’esplosione del deposito Eni di Calenzano avvenuta il 9 dicembre 2024.
È quello che emerge dalle due perizie disposte rispettivamente dalla Procura d Prato e dal Gip Marco Malerba.
Due gruppi composti da esperti diversi che hanno raggiunto la stessa conclusione: la strage poteva essere evitata grazie a una gestione più rigorosa dei rischi che avrebbe dovuto evitare il contemporaneo svolgimento dei lavori di manutenzione alla linea e il carico delle autobotti.
Le due operazioni incompatibili sono state la causa della morte di cinque persone.
Le perizie ricostruiscono in maniera minuziosa in fatti di quella tragica mattinata.
La mattina del 9 dicembre 2024 alle 10,21 gli operai della ditta Sergen, addetta alla manutenzione della baia di carico, iniziarono l’operazione di sflangiatura della valvola, convinti che la linea fosse dismessa e vuota. La tubazione era però ancora attiva e sotto pressione. Per trentatré secondi da una fessura la benzina si diffuse nell’aria, creando una nube di aerosol che, complice il vento e il passaggio di un’autobotte, andò ad incontrare il motore a scoppio di un carrello elevatore non certificato per lavorare in atmosfere esplosive. Il calore del motore accese il vapore determinando una prima esplosione che scatenò, con un effetto domino, nuove esplosioni che coinvolsero le autobotti adiacenti.
Per i fatti in questione risultano indagate dieci persone



