Sesto, morte sul lavoro: una poesia come gesto di vicinanza e riflessione civile

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editoriale
Foto: Pixabay

Episodi come quello successo questa mattina a pochi chilometri da questa redazione, la morte di un 48enne sul lavoro in via Lucchese a Sesto Fiorentino, lasciano basiti e perplessi. Lasciano ferite nell’anima che non riesci a curare e neanche a descrivere.

Stavamo preparando un articolo di commento quando ci è giunta questa poesia di Yuleisy Cruz Lezcano che riesce a esprimere tutto ciò che avevamo nel cuore, ma che non usciva dalla penna.

Come sostiene l’autrice, “si tratta di un testo scritto come gesto di vicinanza alla famiglia, ai colleghi e a tutta la comunità colpita da questa perdita, ma anche come riflessione civile sul dramma delle morti sul lavoro, che continuano a interrogare la coscienza collettiva. Credo che la poesia possa offrire uno spazio di memoria e di umanità, accompagnando il dolore senza sostituirsi alla cronaca e contribuendo a mantenere viva l’attenzione sul valore della vita e della sicurezza nei luoghi di lavoro”.

Yuleisy Cruz Lezcano è scrittrice, poetessa e attivista.

Come apprendiamo dal suo curriculum, la sua attività si sviluppa all’incrocio tra scrittura, ricerca sociale, educazione, promozione dei diritti umani e divulgazione culturale. Siamo contenti di ospitarla sul nostro giornale.

Senza appello

Dentro un abisso molte volte si cade,
sputando il sapore della morte in fiala.
Si cade nel vuoto che dà atroce sonno,
nel buio che non conosce risveglio.
Senza corda, nel gorgo cala il destino,
lo stesso fatto travestito d’imprevisto.
Ogni mattino promette pane,
ogni sera potrebbe negare il ritorno.
Forse vivere per lavorare è un inganno,
una preghiera recitata dalla voce del profitto.
Ci tiene fiduciosi nel fondo di quel poco che abbiamo chiamato vivere.
L’acciaio non ha memoria, ma gli uomini dimenticano più in fretta.
Poi le risonanti chiavi smettono il loro rumore, il cancello rimane aperto, ma senza udienza non tornano a casa.
Solo allora si apprende la sentenza: alla morte non c’è appello.
Arriva come un cancelliere incollerito,
grida: «Porto via questa vita, questa volta».
Non firma rinvii né perdoni,
va senza date, dritta nel dopo.
Restano un casco, un silenzio, una soglia.
Resta il dolore che nessun verbale misura.
Resta l’indignazione a chiedere giustizia,
finché il lavoro non pretenderà più sangue.

Questa poesia nasce dal dolore per l’ennesima vita spezzata sul lavoro e dal bisogno di trasformare il silenzio in parola. Non vuole raccontare soltanto una tragedia, ma accompagnare chi resta nel peso dell’assenza e condividere un lutto che appartiene a tutti. Ogni morte sul lavoro non è soltanto una notizia: è una ferita civile che interroga la nostra coscienza.

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