27 novembre 1920 – L’Acqua Cheta diventa operetta

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Firenze 365

Firenze 365, la rubrica curata da Daniele Niccoli, autore del libro omonimo edito da apice Libri 

Fatti e aneddoti legati alla storia della città di Firenze raccontati giorno per giorno

Un aiuto per conoscere la nostra semenza e per intuire il nostro futuro.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti
me per seguir virtute e canoscenza   (Dante, Inferno, canto XXVI)

27 novembre 1920 – L’Acqua Cheta diventa operetta

 

Augusto Novelli, uno dei principali autori teatrali fiorentini, giunse a scrivere commedie quasi per caso visto che le condizioni economiche della famiglia gli avevano permesso di frequentare solo le prime due classi delle elementari. Fu l’incontro con l’avvocato Carlo Alberto Bosi, che lo aiutò a frequentare l’Accademia delle belle Arti a imprimere la svolta decisiva alla sua vita e alla sua carriera.

Al termine degli studi divenne direttore del giornalino satirico Il vero monello. Erano quelli i tempi del governo Crispi che mal accettava le critiche, anche sottoforma di satira, e, infatti, il Novelli fu arrestato e trattenuto in carcere per tredici mesi. Fu proprio durante la detenzione che iniziò a occuparsi di teatro. Era convinto che le farse di Stenterello avessero fatto ormai il loro tempo e che fosse necessario far nascere un vero teatro dialettale sulla falsariga di quello che stava succedendo a Napoli.

Da queste considerazioni, nacque, nel 1908, L’acqua cheta, una commedia in tre atti destinata a un successo che superò i confini della città di Firenze. Il primo spettacolo si tenne al Teatro Alfieri il 29 gennaio con l’interpretazione della Compagnia del Teatro Fiorentino diretta da Andrea Niccoli. Fu un successo travolgente soprattutto per Garibalda Landini, figlia di Raffaello vecchio interprete di Stenterello, moglie del Niccoli e splendida interprete della Sora Rosa.

Il numeroso pubblico che assistette alle ventisei repliche decretò la sua consacrazione come attrice. La critica invece fu severa nei confronti dell’autore. Si distinse forse solo Mario Ferrigni del Nuovo Giornale che approvò l’esperimento del vernacolo anche se certe espressioni gli parvero oltrepassare il limite “assegnato allo spirito umano”. Destò scandalo soprattutto lo scambio di battute fra la Sora Rosa e il marito Ulisse quando questi si accorge che la sua tuba è stata rosicchiata dal cavallo:

 

Vergine!
La unn’era vergine, ma nemmen rovinata così

 

Nel 1920 la commedia fu riadattata a operetta da Giuseppe Petri. Dovette sfidare le ire di Novelli contrario al fatto che il suo vinaio, tipicamente fiorentino, diventasse un banale taverniere. La prima assoluta si tenne, a dimostrazione che il successo della commedia era ormai nazionale, al Teatro Drammatico di Roma il 27 novembre.

 

O com’è bello guidare i cavalli           O com’è bello guidare i cavalli
e trottrare per strade e per calli         e trottare per strade e per calli
poi dal taverniere                             poi dal vinaio
bere un bel bicchiere                        di bicchieri un paio

 

DANIELE NICCOLI

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