15 febbraio 1954 – Licenziamento degli operai della Ginori

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1982
La fornace

Sesto giorno per giorno la rubrica curata da Daniele Niccoli, autore del libro Sesto una bella storia.

Fatti e date che caratterizzano la storia e la cronaca della città di Sesto.

Un aiuto per conoscere la nostra semenza e per intuire il nostro futuro.

La casa sul confine dei ricordi,
la stessa sempre, come tu la sai
e tu ricerchi là le tue radici
se vuoi capire l’anima che hai (Francesco Guccini)

SESTO GIORNO PER GIORNO

15 febbraio 1954 – Licenziamento degli operai della Ginori

Gli anni immediatamente successivi alla conclusione della Seconda Guerra Mondiale furono molto duri per le maestranze della Manifattura Richard-Ginori. I guai iniziarono nel 1948 quando la Direzione progettò la realizzazione di un nuovo stabilimento nella Piana. Un evento epocale per la storia della Manifattura e di Sesto che non ebbe solo risvolti “geografici”.

In attesa dello spostamento in prossimità della ferrovia i lavoratori della Richard-Ginori nel 1949 lottavano per la conquista del primo contratto di lavoro nazionale dei ceramisti. Le contrattazioni si svolsero in un clima poco favorevole perché proprio in quel periodo si stava materializzando la scissione sindacale e perché il direttore generale della Richard-Ginori era anche il presidente dell’associazione Nazionale degli industriali Ceramisti. Il contratto fu firmato il 23 di marzo. Nelle elezioni per le rappresentanza sindacali nello stabilimento di Sesto la CGil ottenne la maggioranza e questo inasprì i rapporti con la direzione, che nel frattempo aveva maturato l’idea di ridurre il numero degli operai. Le prime lettere di licenziamento arrivarono nel 1950 e inaugurarono una stagione di lotte che durò quasi un decennio e che vide coinvolta anche tutta la popolazione sestese che, indipendentemente dal colore politico, non fece mancare l’appoggio ai lavoratori.

Il provvedimento della Richard-Ginori colpì 350 lavoratori, quasi tutti del reparto maiolica. Alla decisione della Direzione gli operai risposero presentandosi regolarmente al lavoro. Fu allora la Direzione ad abbandonare lo stabilimento e a trasferirsi nella sede della Confindustria di Firenze. Gli operai passarono all’autogestione dimostrando che la decisione era del tutto pretestuosa e che non c’era nessuna crisi di mercato. Riuscirono anche a elaborare un piano di produzione che dimostrava le possibilità di sviluppo.

In un momento così difficile per l’economia cittadina i sestesi mostrarono assoluta solidarietà nei confronti dei lavoratori. Salvadanai per il sostegno alla lotta comparvero nelle Case del Popolo come nelle Chiese. I commercianti si dimostrarono disponibili a far credito agli operai e a Livorno i portuali dragarono le acque del porto per recuperare il carbone caduto dalle navi per sopperire all’esaurimento delle scorte di combustibile allo stabilimento di Doccia. Durante il periodo di occupazione furono prodotti cinque prototipi di isolatore gigante e un nuovo servito da caffè.

Dopo 55 giorni di occupazione, il 24 gennaio, la polizia fece irruzione nello stabilimento e denunciò i lavoratori che lo presidiavano. Giorgio Fissi, comunista, fondatore del giornale interno La Fornace, che dava voce ai lavoratori, fu licenziato. Gli operai non si diedero per vinti e continuarono la lotta contro una decisione che consideravano iniqua, ma alla fine ottennero solo la riduzione dei licenziamenti a 150 unità.

Per la direzione la questione però era tutt’altro che chiusa tanto che, il 13 giugno 1951, preannunciò un nuovo ‘alleggerimento’ che si concretizzò 15 febbraio 1954 con la decisione di smobilitare il reparto stoviglie dove lavoravano 600 persone. Immediate furono le proteste. La fabbrica fu di nuovo occupata, ma si decise anche per una forma di protesta più plateale: 71 operai, guidati da Mario Menicacci partirono da Sesto in bicicletta per andare a protestare negli uffici della Richard-Ginori di Milano. L’operazione fu ripetuta tre mesi dopo. Questa volta l’obiettivo era il Parlamento, ma la manifestazione fu ostacolata con ogni mezzo dalle forze dell’ordine.

Alla fine i licenziamenti arrivarono, implacabili, comunque. Chi non fu licenziato fu costretto al trasferimento nel nuovo stabilimento della Piana o, addirittura, a Livorno. A Doccia rimasero 150 operai. Quelli sindacalmente più impegnati furono trasferiti nello stabilimento di Rifredi, successivamente chiuso.

Non paga, nel 1956, la Direzione decise il licenziamento totale dei lavoratori del nuovo stabilimento. Il sindaco, Edgardo Gemmi, con un’azione plateale a sostegno dei lavoratori, decise di requisire la fabbrica per cederla in gestione agli operai che la occuparono. L’atto di requisizione, dopo qualche giorno fu annullato. La polizia ordinò lo sgombero e gli occupanti furono denunciati.

Dopo 4-5 mesi di ulteriori lotte, 250 operai, tra cui tutti quelli che avevano avuto parte attiva nell’occupazione, furono licenziati. Nel 1957, a conclusione di quell’amara stagione, lo stabilimento di Doccia fu chiuso e una parte dei 150 operai fu trasferita a Livorno. Il disegno discriminatorio, dimostrato in seguito, fu reso esplicito dal comportamento della direzione che licenziò i lavoratori più attivi sindacalmente e ne riassunse altrettanti, magari meno preparati tecnicamente, ma anche più gestibili.

Trent’anni dopo lo stato italiano riconobbe a 668 operai lo status di licenziati per motivi politici in base alla legge 36 del 1974. Ricevettero la liquidazione, la pensione e il riconoscimento della verità: i licenziamenti degli anni ’50 avevano avuto come unico scopo l’espulsione dei lavoratori sindacalizzati.

Intanto il primo novembre 1957 si era completato il trasferimento degli operai nel nuovo stabilimento nella Piana sestese. Quel metaforico “bandone” tirato giù oltre all’amarezza e al rimpianto che sempre lasciano le cose che cessano di esistere, provocò anche un cambiamento del tessuto economico e sociale di Sesto. Le lotte sindacali seguite alla decisione dell’azienda di licenziare, in più tappe, gli operai più politicizzati determinò da una parte il rinsaldarsi di quella coscienza di classe, di cui i sestesi erano già ricchi, e dall’altra lo sviluppo di una serie di attività economiche che gli ex operai impiantarono sul territorio sfruttando l’esperienza pregressa. Sesto, ferita dalle decisioni dei “padroni” si rimboccò le maniche e si reinventò: non più solo la città della Fabbrica, ma una comunità economicamente legata a tante piccole realtà imprenditoriali. Dalle 50 aziende ceramiche presenti sul territorio nel 1951, si passò a 176 nel 1961 e a 198 nel 1971.

Ma la storia, le tradizioni e gli affetti non si cancellano di colpo e così per tanti sestesi, ancora oggi, la sirena della Ginori, continua a scandire il ritmo della giornata: dal richiamo al lavoro la mattina, al momento di “buttare le paste” per il desinare.

Daniele Niccoli

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