4 febbraio 1346 – Incarcerazione di Giovanni Villani

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Giovanni Villani
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Firenze 365, la rubrica curata da Daniele Niccoli, autore del libro omonimo edito da apice Libri 

Fatti e aneddoti legati alla storia della città di Firenze raccontati giorno per giorno

Un aiuto per conoscere la nostra semenza e per intuire il nostro futuro.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti
me per seguir virtute e canoscenza   (Dante, Inferno, canto XXVI)

4 febbraio 1346 – Incarcerazione di Giovanni Villani

Nella Firenze del Trecento il confine tra il successo economico e politico e l’esposizione al pubblico ludibrio era spesso molto labile. Numerosi sono gli esempi di personaggi, anche illustri, che sono caduti in disgrazia e che poi hanno dovuto vivere in mezzo agli stenti (Giovanni Boccaccio) o addirittura essere costretti all’esilio (Dante Alighieri).

In questa schiera è necessario annoverare anche Giovanni Villani, uno storico e cronista grazie al quale conosciamo i fatti della sua epoca. A differenza del suo predecessore, Dino Compagni, Villani fu meno passionale, ma certamente più obiettivo. E’ comunque una fonte da cui non si può prescindere per conoscere Firenze medioevale. Fu più volte Priore tra il 1316 e il 1328 parteggiando per i guelfi Neri. Il suo declino iniziò nel 1331, quando fu accusato di non aver utilizzato in maniera adeguata i soldi pubblici, e proseguì negli anni successivi quando a causa del fallimento del banco dei Buonaccorsi, con i quali aveva degli interessi, fu imprigionato per un breve periodo nel carcere delle Stinche a partire dal 4 febbraio 1346. Aveva appena ripreso il lavoro alla sua Nuova Cronica quando morì improvvisamente di quella peste nera che nel 1348 si portò via molti degli abitanti di Firenze.

Dico dunque che già erano gli anni
della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio
al numero pervenuti di Mille e Trecentoquarantotto,
quando nell’egregia città di Fiorenza,
che noi diciamo anco Firenze
ed era allora la più bella di ogni altra città italica,
pervenne la mortifera pestilenza   (Giovanni Boccaccio)

L’atmosfera di degrado e paura in cui si ritrovò Firenze in quella circostanza è descritta dallo stesso Boccaccio nella parte iniziale del Decameron:

l’uno cittadino l’altro schifasse e quasi niuno
vicino avesse dell’altro cura e i parenti   (Giovanni Boccaccio)

Lo scrittore di Certaldo, che voleva indurre i fiorentini a reagire alla disgrazia, nello scrivere il Decameron immaginò che dieci giovani fiorentini decidessero di trattenersi in una villa fuori città con l’idea di scampare alla pestilenza decidendo nel frattempo di raccontarsi novelle di stampo umoristico

io giudicherei ottimamente fatto che noi, sì come noi siamo,
sì come molti innanzi a noi hanno fatto e fanno
di questa terra uscissimo   (Giovanni Boccaccio)

DANIELE NICCOLI

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