“La parola all’avvocato”: la responsabilità dei commenti su Facebook

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Foto tratta da techeconomy.it

Dodicesimo appuntamento con la rubrica “La parola all’avvocato“, curata dagli avvocati Elisa Baldocci e Marco Baldinotti.

Gli articoli saranno pubblicati settimanalmente. I lettori potranno porre domande che ritengano di comune interesse scrivendo alla mail del nostro giornale: [email protected]

Gentile Avvocato, vorrei sapere se la responsabilità di chi scrive i commenti su una pagina Facebook ricade esclusivamente sull’autore del commento o se invece vi è anche una responsabilità in capo all’amministratore della pagina.
Caro lettore, vi è una copiosa produzione giurisprudenziale in materia di Internet e principalmente di reti sociali. Riporto di seguito una sentenza emessa all’esito di un procedimento che trattava un caso del tutto analogo a quello prospettato nella tua domanda.

Nel caso di specie alcuni soggetti erano stati tratti in giudizio in quanto, nella loro qualità di amministratori di un gruppo di discussione aperto sulla piattaforma telematica denominata Facebook, avrebbero omesso di effettuare un controllo adeguato sui messaggi, di carattere diffamatorio, postati da iscritti sulla bacheca del gruppo, in tal modo contribuendo all’offesa dell’onore e della reputazione consumatasi in danno del destinatario.

Il Giudice, nel valutare la posizione degli amministratori, ha ritenuto che senz’altro la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “Facebook” integri un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone. Al contempo ha escluso la responsabilità degli imputati poiché in concreto l’amministratore di un gruppo Facebook non è in grado di operare un controllo preventivo sulle affermazioni che gli utenti immettono in rete.

In particolare l’amministratore potrebbe rispondere di diffamazione solo allorché ricorra, sotto il profilo soggettivo, una responsabilità concorsuale, commissiva ovvero omissiva, di tipo morale, la cui prova deve essere rigorosamente fornita dall’ufficio di Procura. Difatti, in sede penale non è possibile ritenere che le offese degli utenti debbano darsi per condivise dal dominus del gruppo solo in quanto da questi approvate, in modo specifico (nel caso in cui abbia predisposto un sistema di filtri) ovvero in modo generico ed incondizionato (nel caso in cui non l’abbia predisposto). Affinché l’elemento soggettivo del reato ex art. 595 c.p. possa ritenersi sussistente, è necessario che il moderatore abbia scientemente omesso di cancellare, anche a posteriori, le frasi diffamatorie. Ove, invece, egli si sia prontamente attivato in senso emendativo, allora la sua condotta non assumerà connotati illeciti. Al pari di quanto accade in una assemblea di persone fisiche, allorché il presidente dell’assise, nel dare la parola ad un astante, non è in grado di sapere, a priori, cosa dirà quest’ultimo, e, proprio per tale motivo, potrà sottrarsi alle conseguenze penali di quanto riferito dall’individuo ricorrendo ad una immediata e pubblica presa di distanza.

In conclusione gli amministratori del gruppo non hanno alcuna responsabilità se, dopo aver appreso l’avvenuta pubblicazione sulla bacheca di commenti diffamatori, provvedono a cancellare l’intera conversazione in tempi adeguatamente celeri“.

Avv. ELISA BALDOCCI

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