19 febbraio 1513 – L’arresto di Niccolò Machiavelli

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Palazzo Vecchio 2

Firenze 365, la rubrica curata da Daniele Niccoli, autore del libro omonimo edito da apice Libri 

Fatti e aneddoti legati alla storia della città di Firenze raccontati giorno per giorno

Un aiuto per conoscere la nostra semenza e per intuire il nostro futuro.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti
me per seguir virtute e canoscenza   (Dante, Inferno, canto XXVI)

19 febbraio 1513 – L’arresto di Niccolò Machiavelli

All’indomani della fuga del Gonfaloniere Soderini, a Firenze fu istituito un governo degli ottimati guidato da Giovanbattista Ridofi. Fu un inutile tentativo di mantenere in vita le istituzioni repubblicane. I Medici, che avevano indotto gli spagnoli prima al saccheggio di Prato e poi alla minaccia dell’assedio di Firenze, erano motivati a riprendersi il potere ceduto vent’anni prima.

Il 16 settembre Giovanni e Giuliano de’ Medici, da poco rientrati in città, occuparono, con l’aiuto dei soldati del viceré Ramon di Cardona, il Palazzo Vecchio decretando l’abolizione del Maggior Consiglio e la costituzione di magistrature più facilmente controllabili attraverso il vecchio metodo della manipolazione dei sorteggi.

Niccolò Machiavelli che era stato Segretario di Stato e ambasciatore della Repubblica mantenne, inizialmente, le sue cariche, ma un paio di sue lettere, nate come consigli (non richiesti) nei confronti dei Medici, furono considerate come un segnale d’insufficiente compiacenza al nuovo potere e così, dal novembre 1512, fu prima estromesso dalle cariche pubbliche, poi costretto al confino forzato all’interno del territorio fiorentino e infine interdetto all’ingresso in Palazzo Vecchio.

Tre mesi più tardi fu scoperta una congiura ai danni di Giuliano de’ Medici ordita da Pietropaolo Boscoli, Agostino Capponi e Niccolò Valori. Ai congiurati fu confiscata una lista di nomi tra cui spiccava quello del Machiavelli. Era un vero congiurato o solo un potenziale alleato degli insorti? Nell’incertezza il 19 febbraio 1513 fu emesso un ordine di cattura che fu letto in cinquanta diversi punti della città dal banditore civico Domenico di Nofri. Machiavelli si presentò spontaneamente agli Otto di Guardia fu rinchiuso nel Bargello, sottoposto a tortura nella speranza, andata disillusa, di una sua confessione. Dal carcere si premunì di far recapitare a Giuliano de’ Medici dei sonetti che denunciavano la sua misera condizione di carcerato e, forse rappresentavano una timida richiesta di grazia:

Io ho, Giuliano, in gamba un paio di geti
e sei tratti di fune in sulle spalle;
l’altre miserie non vo’ contalle,
poiché così si trattano i poeti   (Niccolò Machiavelli)

Fu solo l’elezione a Papa di Giovanni de’ Medici nel marzo successivo e la conseguente amnistia a fargli guadagnare la scarcerazione. La sua carriera politica era però da considerarsi conclusa e a niente gli valsero l’amicizia di Francesco Vettori, notabile della corte medicea, e la stesura de “Il principe” che inutilmente dedicò a Lorenzo de’ Medici duca d’Urbino.

DANIELE NICCOLI

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