7 settembre 1730 – Becchi e rificolone

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Rificolona

Sesto giorno per giorno la rubrica curata da Daniele Niccoli, autore del libro Sesto una bella storia.

Fatti e date che caratterizzano la storia e la cronaca della città di Sesto.

Un aiuto per conoscere la nostra semenza e per intuire il nostro futuro.

La casa sul confine dei ricordi,
la stessa sempre, come tu la sai
e tu ricerchi là le tue radici
se vuoi capire l’anima che hai (Francesco Guccini)

Sesto giorno per giorno

7 settembre 1730 – Becchi e rificolone

I Signori Capitani di Parte il 7 Settembre 1730 decretarono il cambiamento di nome dell’antica via de’Becchi in via della Rosa. Vennero così accolte le richieste degli abitanti (maschi) di quella strada che da  anni invocavano presso le autorità granducali un provvedimento ad hoc. E’ risaputo infatti che il termine “becco” da sempre indica un cornuto felice e loro, ovviamente, non si sentivano così contenti.

La definizione di ‘becco’ secondo l’Accademia della Crusca è questa:

 

Becco è il maschio della capra e Becco diciamo a chi lascia giacere altrui colla propria moglie, perché questo animale di ciò non se ne adira, siccome gli altri; e dicesi anche d’ogni ammogliato la cui moglie giaccia con altri

 

Quel 7 settembre fu quindi decretata la fine dei becchi. Immaginiamo, di conseguenza, il tripudio dei maschi fiorentini che pensavano di poter rimanere felici ma non più cornuti. Per questo, ancor più volentieri degli anni precedenti, si recarono in piazza Santissima Annunziata a prendere in giro le contadine che erano giunte in città per festeggiare la nascita della Vergine Maria.

Da tempo immemore, infatti, la festa della Natività della Madonna richiamava a Firenze gli abitanti del contado che approfittavano del pellegrinaggio in piazza Santissima Annunziata per fare commercio dei prodotti delle loro terre.

I coloni raggiungevano la città nella serata della vigilia dopo un’intera giornata di lavoro. Dovevano percorrere strade e sentieri resi bui dal sopraggiungere della notte e, per illuminare il cammino, si servivano di lanterne luminose e colorate appese a bastoni o canne. Alla luce di questi lampioncini, una volta giunti in piazza, contadini e contadine cantavano le lodi alla Madonna.

Vestivano in modo giudicato rozzo dai giovanotti di città che perciò ne facevano oggetto di canzonature. Le più colpite erano le donne, soprattutto quelle in carne e con i fianchi molto larghi. Venivano chiamate fierocolone o fieroculone a seconda che si volessero rimarcare le origini contadine o si preferisse fare riferimento al grosso deretano. Comunque fosse, si trattava di un modo tutto fiorentino di criticare la scarsa eleganza e magari la relativa cura dell’igiene personale. Come se loro fossero puliti…

E’ facile immaginare che anche qualcuno dei nostri avi sestesi abbia dovuto sopportare questo dileggio. D’altra parte è risaputa la puzza sotto il naso di certi cittadini.

Nel tempo la parola con cui s’indicavano le contadine si è trasformata in rificolona, termine che oggi indica non solo i moderni lampioncini di carta, ma anche le donne vestite e truccate senza gusto e in maniera vistosa. E ce ne sono. Anche a Firenze.

 
Ona ona
Ma che bella rificolona
E la mia l’è coi fiocchi
E la tua l’è co’ pidocchi
Ona ona
Ma che bella rificolona
L’è più bella la mia
Che quella della zia

Così cantavano i bambini fino a qualche anno fa portando a spasso le riproduzioni degli antichi lampioncini, ignari del fatto che dietro l’angolo c’erano altri ragazzi, un po’ più birbanti, pronti a colpire con le cerbottane le loro ‘creature’ di carta fino a provocarne l’incendio. Anche questa tradizione, come la precedente è ormai in disuso.

A Sesto, negli anni ’60, non mancò neanche la contro-rificolona: manifestazione laica che si contrapponeva a quella religiosa. Roba da guerra fredda e da Sestograd.

 

Daniele Niccoli

 

 

 

 

 

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