10 gennaio 1860 – Il discorso del marchese

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Lorenzo Ginori

Sesto giorno per giorno la rubrica curata da Daniele Niccoli, autore del libro Sesto una bella storia.

Un centinaio di fatti e date che caratterizzano la storia e la cronaca della città di Sesto con la speranza che ci possano aiutare a conoscere la nostra semenza e a intuire il nostro futuro.

La casa sul confine dei ricordi,
la stessa sempre, come tu la sai
e tu ricerchi là le tue radici
se vuoi capire l’anima che hai (Francesco Guccini)

SESTO GIORNO PER GIORNO

10 gennaio 1860 – Il discorso del marchese

 

Nel 1860 il marchese Lorenzo Ginori fu nominato, dal Governo Provvisorio della Toscana, Gonfaloniere della Comunità di Sesto. Nel suo discorso di insediamento del 10 gennaio, con una solerzia che, riletta oggi, appare eccessiva, si proclamò suddito di re Vittorio Emanuele II prima ancora che si tenesse il plebiscito con cui la Toscana avrebbe deciso la sua annessione al Regno di Sardegna:

 

Onorato del suffragio dei nostri elettori e della fiducia degli incliti uomini che regnando sua Maestà Vittorio Emanuele II, il valoroso e leale difensore dei nostri diritti, stanno al governo della Toscana

 

il Marchese, d’altra parte, era cresciuto in un clima di ostilità nei confronti dei governanti austriaci. Il padre, Carlo Leopoldo, nel 1833, in polemica con il granduca si era addirittura dimesso da tutte le cariche conferitegli dai Lorena. La rivoluzione pacifica del 1859, la fuga di Leopoldo II e il crescente spirito patriottico indussero il gonfaloniere ad appoggiare spontaneamente l’annessione al regno dei Savoia. Non si pensi però che il Ginori fosse un rivoluzionario. Il Marchese era, anzi, un fervente sostenitore dell’ordine, della pace sociale e della disciplina. In più di un’occasione, per esempio, si lamentò dell’operato dei Carabinieri in quanto a suo dire non erano in grado di

 

incutere quel salutare timore così efficace nell’animo di quelli che dediti al male si sentono infrenati quando conoscono che la legge armata è sempre vigilante e che pronto è il meritato castigo

 

L’ordine, la disciplina e la pace sociale che tanto agognava per la prosperità della Manifattura di Doccia dovevano essere, nelle sue intenzioni, estesi a tutta la cittadinanza come condizione necessaria per il benessere e la prosperità di tutti.

Buoni propositi ma intanto il benessere era appannaggio di pochi. Secondo il censimento del 1861 i 10.941 sestesi che erano appena diventati sudditi di Vittorio Emanuele II erano per la maggior parte analfabeti e poveri. Trecento erano i braccianti e 427 le famiglie di mezzadri cui facevano capo 3.567 persone che vivevano in abitazioni fatiscenti e malsane. I tempi per le rivendicazioni però non erano ancora maturi.

Anche la città era povera e vecchia. La viabilità era rimasta quella descritta nelle piante dei Capitani di Parte Guelfa del Cinquecento. Esisteva un solo edificio pubblico, il palazzo Pretorio. Ci sarebbe stato molto da fare, ma il Gonfaloniere già nel 1862 rassegnò le dimissioni. Gli interessi privati, legati soprattutto alla Manifattura, prevalsero.

Daniele Niccoli

 

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