23 giugno 1300 – L’esilio dei Bianchi e dei Neri

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Dante
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Firenze 365, la rubrica curata da Daniele Niccoli, autore del libro omonimo edito da apice Libri 

Fatti e aneddoti legati alla storia della città di Firenze raccontati giorno per giorno

Un aiuto per conoscere la nostra semenza e per intuire il nostro futuro.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti
me per seguir virtute e canoscenza   (Dante, Inferno, canto XXVI)

23 giugno 1300 – L’esilio dei Bianchi e dei Neri

All’inizio del Trecento la festa di San Giovanni, non era più soltanto una festa religiosa, ma una vera e propria dimostrazione patriottica. Era diventata la più importante fra le feste del Comune e già alla vigilia si svolgeva una processione che consentiva di trasportare le reliquie di tutte le chiese fiorentine fino al Battistero. Alla processione partecipavano, oltre al clero, tutte le Arti, ma non gli esponenti della vecchia nobiltà che erano stati esclusi dal potere con gli Ordinamenti di Giustizia voluti da Giano della Bella nel 1293.

Il 23 giugno 1300 gli esponenti di queste nobili famiglie manifestarono pesantemente contro i rappresentanti delle Arti. Alcuni Consoli furono addirittura picchiati. L’episodio rappresentò un grave oltraggio nei confronti del potere costituito e delle stesse Arti per cui i Priori allora in carica, fra cui Dante Alighieri, decisero di mandare in esilio sia i capi dei Neri, a Pieve al Toppo, che quelli dei Bianchi, a Sarzana.

Fra questi ultimi spiccava, anche per la sua amicizia con Dante, Guido Cavalcanti che, quasi sentisse il sopraggiungere della morte, compose in quei pochi mesi di esilio la celebre ballata Perch’i’ no spero di tornar giammai

Tu senti, ballatetta, che la morte
mi stringe sì, che vita m’abbandona;
e senti come ’l cor si sbatte forte
per quel che ciascun spirito ragiona.
Tanto è distrutta già la mia persona,
ch’i’ non posso soffrire:
se tu mi vuoi servire,
mena l’anima teco
(molto di ciò ti preco)
quando uscirà del core  (Guido Cavalcanti)

In effetti Cavalcanti durante l’esilio contrasse la malaria e, per l’aggravarsi delle sue condizioni, il 19 agosto gli fu revocata la condanna. Appena in tempo per rivedere la patria perché morì il 29 dello stesso mese.

Intanto Dante aveva bocciato la richiesta di Bonifacio VIII di ottenere il vicariato di Firenze guadagnando così la sua imperitura inimicizia. I primi a ottenere il permesso di rientrare in città furono i Bianchi che però esercitarono il potere per un breve periodo. I tempi per il rientro dei Neri di Corso Donati erano maturi. Per Dante si prospettavano tempi duri.

E quelli a me: “Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione  (Dante Alighieri)

Daniele Niccoli

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