7 luglio 1881 – Prima puntata di Pinocchio

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Villa Il Bel Riposo
Villa Il bel Riposo - Sesto com'era

Sesto giorno per giorno la rubrica curata da Daniele Niccoli, autore del libro Sesto una bella storia.

Fatti e date che caratterizzano la storia e la cronaca della città di Sesto.

Un aiuto per conoscere la nostra semenza e per intuire il nostro futuro.

La casa sul confine dei ricordi,
la stessa sempre, come tu la sai
e tu ricerchi là le tue radici
se vuoi capire l’anima che hai (Francesco Guccini)

SESTO GIORNO PER GIORNO

7 luglio 1881 – Prima puntata di Pinocchio

Ti mando questa bambinata, fanne quel che ti pare; ma se la stampi pagamela bene per farmi venir la voglia di seguitarla”

Queste le parole con cui Carlo Lorenzini detto Collodi accompagnò un suo contributo al Giornale dei bambini diretto da Ferdinando Martini.

Quella bambinata prese il nome de Le avventure di Pinocchio e fu pubblicata per la prima volta il 7 luglio 1881.

C’era una volta un re – direte miei cari bambini. E invece no. C’era una volta un pezzo di legno…

È così che si apre il libro poi diventato uno dei più famosi tra quelli dedicati all’infanzia. Così celebre da essere tradotto in più di 250 lingue. Secondo solo a Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry.

Si può ben dire che, com’era nei propositi dichiarati nel secondo capitolo, Geppetto, il padre di Pinocchio, abbia fatto veramente il giro del mondo.

Pinocchio quindi è universale; ma dov’è nato realmente?

Molte sono le città che tentano di accaparrarsi l’onore della sua nascita.

Prima fra tutte, Collodi in considerazione dello pseudonimo dello scrittore.

A San Martino in Colle, nel territorio di Capannori, sono convinti di possedere la quercia dove il burattino fu impiccato dal Gatto e la Volpe.

A San Miniato basso ricordano che cento anni fa il paese si chiamava proprio Pinocchio.

Dove sta la verità?
Solo nella mente del Lorenzini, ovviamente.
Qualche considerazione però si può fare: Carlo Lorenzini nacque a Firenze in via Taddea, studiò a Firenze e, sempre nel capoluogo toscano, svolse la sua attività di giornalista e scrittore.

Pinocchio è quindi di Firenze?

No!

Carlo Lorenzini, negli ultimi anni della sua vita, abitò, insieme alla famiglia del fratello in via della Petraia a Castello nella villa Il bel riposo. Nel 1871 Castello era parte del territorio del Comune di Sesto Fiorentino.

Conclusione: Pinocchio è sestese?
Nessuna certezza assoluta, solo qualche valutazione:
– Nella stessa via della Petraia esisteva un falegname che per il suo naso rosso era detto i’Nappa e poteva ricordare Mastro Ciliegia.

– Il paese dei barbagianni poteva essere quella Colonnata sede della Manifattura Ginori da cui gli operai uscivano belli grigi dopo una giornata di lavoro.E chi era il direttore della Manifattura in quei tempi?
Paolo Lorenzini, il fratello di Carlo;

– A Sesto, in piazza del Comune, si svolgeva la Fiera. Sbagliato pensare che fosse il paese dei balocchi? Ma poteva esserlo anche il sagrato del convento della Castellina il giorno della festa di San Giovanni con Patano, storico fiaccheraio sestese, nei panni dell’omino di burro.

– E quell’immenso acquitrino che si trovava all’Osmannoro non poteva essere il mare di Pinocchio?

– La fata turchina? Pare fosse Giovanna Ragionieri, la piccola figlia del giardiniere di villa il bel riposo, morta negli anni ’50 del secolo scorso e oggi sepolta nel cimitero di San Michele a Castello.

Molto altro si potrebbe dire circa il campo dei miracoli (Villa Gerini), l’osteria del Gambero Rosso in via delle porcellane o sull’ortolano Giangio, veramente esistito, per definire la sestesità del burattino, ma in fondo non importa, perché Pinocchio, come tutti i personaggi di fantasia, è cittadino del mondo e appartiene a tutti.

Piuttosto mi chiedo se Pinocchio è solo l’impenitente e irriverente burattino famoso per le sue bugie o qualcosa di più e di diverso.

Io per esempio lo vedo come un rivoluzionario pentito. Nasce povero e diverso (è di legno). Ha un padre anziano e single; nella seconda metà dell’ottocento, ai tempi di Pio iX, doveva essere un fatto assolutamente al di fuori delle regole. Già questo potrebbe fare di Pinocchio l’icona dei reietti. Ma non basta. Appena nato, il burattino abbandona la famiglia (Geppetto), si prende gioco del potere costituito (passa in mezzo alle gambe dei carabinieri in uniforme), rifiuta la scuola e le sue regole (vende l’abbecedario); ignora i consigli “sensati” di quell’antipatico ben pensante del Grillo Parlante e infine si intruppa con dei mascalzoni come il Gatto e la Volpe.

La parabola del burattino ingenuo e dispettoso si sarebbe dovuta concludere con l’impiccagione (quindicesimo episodio), ma le numerose proteste che arrivarono al direttore e all’autore convinsero Collodi a continuare la storia. Così dopo aver continuato con le brutte compagnie (Lucignolo) finalmente Pinocchio si trasforma in un bel bambino educato, giudizioso, accettabile e controllabile. Così integrato e perfetto da accettare tutte quelle regole che aveva precedentemente trasgredito

com’ero buffo quand’ero burattino e come ora sono contento di essere diventato un ragazzino perbene

Pinocchio, diventato bambino, perde tutto il suo spirito rivoluzionario e non ha più niente da raccontarci e da insegnarci. Non a caso il libro termina con il bambino nuovo che guarda con commiserazione il vecchio burattino

appoggiato alla seggiola, col capo girato su una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto

Eppure, in un mondo ipocrita dove i ricchi e potenti fanno finta di piangere per le miserie altrui, avremmo ancora tanto bisogno di quel burattino così bravo a ridere, e a farci ridere. Anche per la sua povertà

lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina.

Daniele Niccoli

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