Inchiesta su Monte Morello: intervista a Luigi Bartolozzi, colonnello dei Carabinieri Forestali

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Foto tratta dalla pagina Facebook Sesto com'era

Monte Morello rappresenta una patrimonio naturale di inestimabile valore per tutti coloro (e sono tanti) che vivono alle sue pendici.
Da anni siamo abituati a vedere il monte con le tre cime ricco di vegetazione ma, come risaputo, non è sempre stato così. Per volere dei notabili fiorentini fin dal XIII secolo si avviò un processo di disboscamento che, nel giro di qualche secolo, rese il monte completamente brullo.

Secondo Targioni Tozzetti, naturalista fiorentino del XVIII secolo, alla base della decisione del governo fiorentino vi era l’idea che gli alberi bloccassero la circolazione dell’aria favorendo l’espandersi delle epidemie in città.
Se questo fu uno dei motivi, certo non fu l’unico. Lo stesso Targioni Tozzetti testimonia come già nel 1294 gli abeti di Monte Morello venissero utilizzati per le travate di Santa Croce.

Insomma il legno all’epoca era un bene prezioso, soprattutto per una città in rapido sviluppo come Firenze, e quindi le motivazioni economiche non furono certo minori di quelle sanitarie (per altro sbagliate).

Nonostante qualche tentativo da parte di Ferdinando I de’Medici alla fine del ‘500 e l’impegno di alcuni proprietari, Monte Morello, alla fine dell’Ottocento, appariva ancora sostanzialmente calvo. Si creò quindi un movimento d’opinione che vide protagonista innanzi tutto il Club Alpino Italiano (CAI), ma che, successivamente, coinvolse anche politici come Giuseppe Pescetti, molti privati e finalmente anche le istituzioni.
A muovere quest’ultime non fu tanto la questione estetica, ma la necessità di ridurre il rischio idro-geologico nella piana.
I lavori di rimboschimento iniziarono ufficialmente nel 1909 sotto la sorveglianza del Comitato Forestale Provinciale e presero una più decisa spinta nel 1923 quando fu creato il Consorzio Forestale Provinciale.

Di quella grande opera parliamo oggi con il colonnello dei Carabinieri Forestali Luigi Bartolozzi:

“Il rimboschimento di Monte Morello fu un’opera che richiese un notevole sforzo economico, sostenuto anche dai privati, ma che creò anche un’economia locale legata alla messa a dimora delle piantine e all’attività vivaistica.

Ritengo opportuno ricordare l’opera encomiabile e assidua dell’allora Ispettore Domenico Mariani del Corpo Reale delle Foreste che fu direttore dei lavori di rimboschimento dal 1909 al 1931. Per ricordo di questo “grande” forestale nel maggio del 2019 è stata a lui dedicata una stele metallica all’inizio del Sentiero 7b a Monte Morello.

Le condizioni del terreno derivanti da secoli di deforestazione resero l’intervento particolarmente complesso e complicato. Il problema principale era quello di trovare terreno sufficiente per la buca e l’impianto. Spesso si doveva spaccare la roccia di tipo calcareo con il piccone fino a una profondità di 40 cm ed era comunque necessario trasportare in quota il terriccio da aggiungere e l’acqua per innaffiare perché il terreno ne tratteneva pochissima.

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Foto tratta dalla pagina Facebook Sesto com’era

Queste difficoltà determinarono numerose fallanze e la necessità di ulteriori impianti. Nei primi tempi ci furono anche alcuni errori tecnici legati anche all’inesperienza. Per un certo periodo, per esempio, si utilizzarono piantine provenienti da vivai molto distanti che durante il viaggio subivano uno stress che ne precludeva la possibilità dell’attecchimento.
La realizzazione, intorno al 1930, di vivai in loco (Carzola, Cercina e Vallorenze) migliorò la percentuale di riuscita dell’impianto. In questi vivai lavoravano più di cento persone. Si trattava di personale specializzato che prelevava il seme dalle foreste cosiddette “modello” dov’erano state individuate le piante “plus”. Il seme, portato ai vivai, veniva messo a dimora nel semenzaio. Successivamente le piantine venivano trasferite nel piantonaio. Solo dopo 5-6 anni erano pronte per l’impianto sul monte.

Anche l’impianto prematuro di latifoglie rappresentò un errore perché il terreno, nelle fasi iniziali, non era sufficiente ad accogliere questo tipo di piante. Più opportuno fu l’impianto di conifere pioniere come il cipresso e il pino nero perché in grado di reggere condizioni di stress maggiori e perché capaci, con il tempo, di creare il substrato adatto per la crescita delle latifoglie. All’epoca molte querce seccarono.

Un miglioramento delle condizioni di lavoro sul monte fu segnato dalla realizzazione di gradoni che facilitavano il trattenimento del terreno, soprattutto durante le piogge, e che consentivano anche di lavorare in piano. Oggi di questi gradoni non c’è traccia perché con il tempo il terreno si è uniformato.
Come testimoniano le fotografie, i primi veri frutti del rimboschimento cominciarono a essere ben evidenti nella seconda metà del secolo scorso.
Oggi Morello ha circa 250-300 ettari di fustaia mista pino-cipresso, 100 ettari di fustaia mista pino nero-cipresso e latifoglie, 250 ettari di cipressete biplane con presenza di latifoglie con rinnovazione e un certo numero di cipressete pure con rinnovazione spontanea”.

Un grande lavoro che però oggi deve essere mantenuto. Quali sono gli interventi più urgenti?
“Intanto, nella parte di bosco dove le latifoglie hanno il predominio e sovrastano le conifere, bisogna fare in modo di privilegiare le latifoglie da seme ed effettuare interventi di diradamento mirati e selettivi così da eliminare le specie competitor.

Devono essere mantenuti i prati sommitali per il mantenimento dell’ecosistema che prevede la coesistenza della fauna selvatica soprattutto nelle zone di ecotono.

Più dibattuto, invece, è il problema del destino degli alberi caduti e che rimangono nel bosco. Se da una parte infatti aumentano la biomassa che arricchisce il terreno, dall’altra possono diventare vettori di fitopatie e materiale pericoloso per il rischio di incendi, soprattutto nel periodo estivo”.

Il quesito allora potrebbe essere: “I boschi devono essere gestiti?”
“La risposta ovviamente è sì, soprattutto quelli di origine artificiale come Monte Morello. E’ evidente che piante spezzate, piante secche, piante divelte danno un senso di disordine e che la questione estetica ha il suo valore, ma noi dobbiamo tener conto soprattutto dell’aspetto naturalistico e pensare all’evoluzione naturale. Si potrebbe accettare un compromesso: in prossimità dei sentieri principali gli alberi caduti, secchi o malandati potrebbero essere rimossi in modo da creare un colpo d’occhio gradevole. All’interno del bosco vero e proprio forse sarebbe più opportuno lasciare tutto così com’è, a meno che non si voglia accelerare un processo evolutivo e quindi effettuare interventi mirati e selettivi come quelli di cui abbiamo parlato prima. Si tratta però di progetti costosi e che non si ripagano con il legname che si ricava dal taglio. Servono dei finanziamenti specifici”.

Eventualmente chi avrebbe l’onere di questi interventi?
“La Provincia, o meglio la Città Metropolitana con risorse messe a disposizione dalla Regione Toscana. I terreni di Morello, per consentire il rimboschimento, furono all’epoca espropriati dalla Provincia. Al momento in cui il bosco si era affermato il terreno poteva, su richiesta, essere riconsegnato ai vecchi proprietari che, però, si sarebbero dovuti assumere l’onere della cura del bosco, cioè gli interventi da manutenzione programmati da un piano apposito. Attualmente sono pochi i terreni che, a richiesta dei proprietari, sono stati riconsegnati. In tutti gli altri la Provincia rimane l’ente competente”.

In conclusione come definirebbe lo stato di salute di Monte Morello?
“Quantomeno discreto nonostante le condizioni dello stress idrico cui il bosco è stato sottoposto soprattutto negli ultimi tre anni. La foresta ha reagito abbastanza bene”.

L’ultima domanda riguarda un altro aspetto: i rifiuti abbandonati a Monte Morello.
“E’ una questione delicata su cui stiamo lavorando da diversi anni soprattutto nei Comuni della Piana. Raccogliamo tutte le segnalazioni e procediamo di conseguenza. Spesso riusciamo a risalire all’autore dell’abbandono e in quel caso scatta la denuncia. Nel caso in cui il rifiuto non produca inquinamento l’art. 318 ter del Testo Unico Ambientale prevede la possibilità, da parte di chi ha abbandonato i rifiuti, di estinguere il reato. In quel caso però il responsabile deve smaltire a proprie spese il rifiuto e pagare una sanzione pecuniaria (non amministrativa) da 2.500 euro a 6.500 euro. Nei casi più lievi è previsto il pagamento di una sanzione amministrativa fino a 600 euro”.

STEFANO NICCOLI e DANIELE NICCOLI

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